Lavorare
19.05.2013 11:20Ogni contesto di vita può essere adatto per essere più consapevoli dell’essere qui e adesso e tra questi anche l’ambito professionale.
Si incomincia il proprio percorso di lavoro chiedendosi quale attività possa essere la più adatta per ciascuno di noi e questo passa attraverso una fase, più o meno lunga, in cui si può provare un’angoscia anche molto intensa perché non si sa quale strada seguire.
Sapere vivere, accettare incondizionatamente questo periodo di incertezza, di instabilità, di confusione, di smarrimento, in cui sembra che il terreno sotto i piedi frani, offre l’opportunità di andare alle radici di noi stessi, delle nostre paure, dei timori, delle insicurezze.
Forse la questione di fondo non è tanto ciò che si vuole fare, ciò che ci si aspetta di ottenere, quanto quel che si potrebbe offrire. E’ il senso di soddisfazione, di ricchezza, di pienezza che comporta il dare ciò che maggiormente motiva a scegliere una strada professionale piuttosto che un’altra.
Anche quando si pensa di avere trovato la propria strada, a volte, lungo il cammino possono sorgere momenti di insoddisfazione, di ansia, di infelicità. E sorge così, spontaneamente, il desiderio di cambiare lavoro.
Il fatto che si viva una situazione spiacevole, se si riesce a superare la logica del bene-male, buono-cattivo, non significa che questa non presenti delle opportunità per la propria maturazione e crescita, anzi, tutt’altro.
Gli aspetti emotivi che sorgono in concomitanza con le situazioni di vita possono aiutare a mettere in luce schemi di comportamento, pensieri, idee, routine, aspettative che ci contraddistinguono. Esserne consapevoli pone le basi per un successivo eventuale cambiamento. In questa prospettiva anche il contesto professionale rappresenta un’occasione per sapere chi siamo veramente.
Questo si può realizzare focalizzandosi sul presente, su ogni singolo piccolo gesto compiuto, sulle azioni e re-azioni dei colleghi o nei loro confronti, dei superiori, degli ordini impartiti, delle mansioni assegnate. Il lavoro viene così ad essere una occasione ulteriore per risvegliare i sensi.
Lavoro per una mia soddisfazione intrinseca o perché mi aspetto di essere sempre elogiato e ricompensato? Cerco di agire secondo le mie possibilità, oppure mi sobbarco all’inverosimile impegni al punto che raramente riesco a portarli a compimento tutti al meglio? La mia iperattività da cosa mi vuole allontanare? Ogni cosa che faccio è realmente prioritaria, importante per me o vivo un senso di urgenza confusa e caotica? Sono in grado di collaborare, di fidarmi dei colleghi, oppure non sono capace di delegare?
Lavorare per se stessi, per la propria soddisfazione, per la propria autorealizzazione, per il proprio piacere e non per l’immagine sociale che ne deriva: questo è ciò che prima di tutto ci consente di vivere la sfera professionale come un’opportunità per conoscersi, essere più autoconsapevoli, crescere.
A volte può insorgere un senso di esaurimento: quali sono state le mie aspettative professionali quando ho scelto questa attività? Quale valore ho attribuito ai risultati attesi? Fino a che punto mi sono illuso di poter controllare ogni cosa?
Essere convinti di poter bastare a se stessi, di poter essere gli unici artefici comporta un elevato grado di frustrazione, perché non tiene presente il fatto che il lavoro si colloca oltre che in una ampia prospettiva sociale anche in un contesto in cui il caso, l’imprevedibilità sono delle costanti.
Prendere le distanze dai risultati, non identificarsi con essi: questa è la chiave. Attaccarsi ai risultati significa far dipendere la propria sicurezza da qualcosa che risiede fuori di noi e come tale è labile, perituro, instabile ed è sotto gli occhi di tutti.
Se nel contesto professionale, così come nella vita, le sfide sono all’ordine del giorno, quel che conta, ciò che fa la differenza è il modo con cui vengono affrontate: ostacoli oppure opportunità, qualcosa da superare a tutti i costi, oppure qualcosa prima di tutto da vivere, indipendentemente dalla connotazione che se ne attribuisce.
Fare del proprio meglio: questa è la vera soddisfazione. Mettere a frutto le proprie doti, le proprie potenzialità, impegnarsi per la propria soddisfazione, per la propria crescita personale. Il resto viene da sé.
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